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Pianta Pianta (Disegno di Roberto Ghelfi)

Il castello di Trebiano controllava l’accesso alla piana di Sarzana. Il collegamento avveniva, allora come oggi, attraverso la valle del Guercio e più anticamente lungo il crinale che risalendo da Pugliola procedeva per Trebiano raggiungendo le spalle del castello.
In questa chiave strategica legata alla fortuna del porto di Lerici si comprendono anche le lunghe vertenze fra il Vescovo di Luni e i Malaspina che volevano incastellare il monte Caprione opposto a Trebiano, sul versante destro della valle per controllare il passo di Sarzana.

Ha origini antichissime: il toponimo viene forse dalla Gens Trebia in seguito alla ripartizione dei terreni dei Liguri sconfitti tra i coloni romani (come Albiano Bolano Ponzano e Vezzano).
Nella Bolla di Eugenio III del 1149 si parla di una plebem de Trebiano.
La pieve aveva giurisdizione su di un territorio molto vasto che si spingeva fino al mare inglobando le parrocchie di Lerici e Pugliola.
Ma ben prima, nel diploma di Ottone I del 963, Trebiano è indicato come castello.
Sotto la giurisdizione dei Vescovi Conti, a cavallo com’era ed è tra la Val di Magra e il mare, poteva contrapporsi al dominio degli Obertenghi di Arcola.
Il castello era retto dai Vicedomini: il vescovo aveva un certo numero di case nel paese e il palazzo, oggi Tancredi, che è tutt’uno con le mura in cui si apre la porta ogivale d’accesso.
Trebiano conobbe la dominazione di Pisa ma nel 1254 venne comperato dalla Serenissima.
Ebbe statuti simili a quelli di Arcola che portano la data del 11/2/1450.

Aveva coltivazioni dell’olivo e della vite: sono famosi il vino bianco di Trebiano e le uve bianche come l’Albarola e il Rossese.
Aveva un ospizio titolato a San Michele Arcangelo talmente povero che alla fine del ‘600 possedeva un solo letto per uomini e donne.

Come Arcola e Santo Stefano aveva un servizio di scafe per traghettare il Magra, a proposito del quale mi sembra doveroso ricordare quell’opera d’arte straordinaria che furono gli argini in froldo cioè due chilometri di argini di palafitte per proteggere le coltivazioni dalle piene.

Lasciata la statale si sale per i tornanti mentre la mole scura del Castello sovrasta le case.
Si arriva davanti alla chiesa titolata a San Michele Arcangelo fuori dalle mura e costruita nel secolo XVI su una preesistente chiesa con diverso orientamento corrispondente alla attuale terza cappella sinistra.
La si può trovare aperta solo alla domenica mattina alle 9.30: è piena di tesori.
La predella su cui si pongono i piedi per entrare è un’antica lastra tombale: sullo stipite un San Michele sconfigge con foga e quasi grazia il nemico.
All’interno, sulla destra, un cippo marmoreo romano con incisioni e, a sinistra dell’altare centrale, finemente lavorato e sormontato da affreschi nella volta, quattro pannelli del versigliese Filippo Martelli incaricato nel 1634 di proteggere così, lasciandola appena intravedere, una Croce dipinta molto bella del secolo XV, eseguita da un artista sconosciuto, che si presenta molto deteriorata, con fondo quadrettato.
Ai piedi del Cristo crocifisso sono dipinti la Maddalena e in alto il pellicano.
A sinistra dell’altare maggiore si apre la cappella Mascardi: è la zona corrispondente all’antica Chiesa, con l’Ancona, detta Icona pulchra in marmo di Carrara di Domenico Gar detto il Lorenese o il Franzosino, scultore francese attivo per alcuni anni a Carrara, collaboratore di uno scultore spagnolo, Bartolomeo Ordognez, che lavorò almeno per un triennio a Carrara al fine di eseguire grandi opere da spedire in Spagna.

Profilo di Trebiano (Disegno di Roberto Ghelfi)

Don Jacopo Mascardo di Trebiano gli commissionò nel 1524 un altare per la chiesa di San Michele Arcangelo dove lo scultore aveva già realizzato un San Rocco ligneo.
L’opera risulta eseguita nel 1529.
L’altare è tripartito in nicchie di colore rosso, quella centrale racchiude una splendida Vergine sorridente con il Bimbo in braccio; a sinistra San Bernardo con un libro in mano tiene incatenato il demonio, angelo caduto con corna zampe ecc.
A destra Santa Margherita di Antiochia calpesta con il piede non il Drago, ma l’imperatore Massimimo che la aveva perseguitata.
In alto il Padre Eterno regge il mondo e sopra a lui il Crocifisso è posto tra la Vergine e San Giovanni.
Nella predella tre bassorilievi: la Natività, tre episodi della vita di San Bernardo e dei suoi fratelli secondo Jacopo da Varagine e Santa Caterina d’Alessandria mentre le ruote si spezzano e rifiutano di torturarla.
Notevole la composizione architettonica e la forza delle statue che hanno inflessioni stilistiche in parte diverse, per cui si è parlato di Michelangelo, dell’Ordognez e del Sansovino.
Il calcare argilloso rosso delle nicchie, detto marmo di Trebiano fu estratto dalle cave che si trovano nella località Toa e che furono sfruttate fino a metà ‘800.
Il San Rocco ligneo con arcangelo che gli cura la ferita, ora al centro della navata, era posto in un altare sulla destra (è tipico delle opere del Gar un angelo che cura le ferite di San Rocco: lo si ritrova a Amelia e a Montemarcello) dietro al quale è stato trovato un piccolo vano decorato con grottesche finti marmi e una dozzina di Santi di cui si conservano le reliquie.
Opere preziose, quanto gli antichi affreschi che affiorano sui muri, sono il pulpito ligneo scolpito, la tela con Vergine e Pio V e Santi del 1700 recentemente restaurata e la Madonna lignea del sec. XVII a destra dell’Altare maggiore.
Anche i piccoli quadri della Via Crucis sono del secolo XVIII.

Si fa presto a percorrere Trebiano in tutte le sue direzioni, per le vie accuratamente tenute, tra le case piene di fiori e i gatti molto amati da artisti e letterati, tra cui Helène de Beauvoir nella cui abitazione oggi ha l’atelier Walter Tacchini, e ancora, tra gli altri Silvio Loffredo e Susan Newell.

Eppure c’è qualcosa di sinistro, di inquieto: lo sentiva anche Vittorio Sereni.
Si favoleggia di Inquisizione e ragazze torturate il cui spirito ancora si aggira tra i muri dei tormenti.

Il castello, inagibile, ha mole potente: da quello che resta dei suoi spalti (quando si provvederà a un ripristino, che gli abitanti chiedono da anni?) si comprende la sua importanza difensiva e strategica.

Cerri

Da "I percorsi d'arte più belli e più segreti della Val di Magra e della Terra di Luni"
di R. Ghelfi e C. Sanguineti - Edito da Agorà Edizioni e LAB Laboratorio d'Arte Contemporanea Lunigiana


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Ultima modifica
22.03.2012
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