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- Chiesa di Santo Stefano già Pieve di Santo Stefano de Cerreto
- Oratorio di San Leonardo
- Palazzo Taddei
- Antico castello ancora citato nelle carte di Matteo Vinzoni del 1773
- Cinta fortificata, rilevata da Matteo Vinzoni, ed adattata alla cartografia attuale
Il nostro itinerario inizia a Santo Stefano Magra, nodo viario importante per le comunicazioni tra la Lombardia e la Liguria e la Toscana fin dall’antichità.
Primo nucleo della bassa Val di Magra dopo la confluenza delle valli dei fiumi Vara e Magra, Santo Stefano era tappa obbligata della via Francigena che da qui proseguiva per Aulla e il Passo della Cisa (il Monte Bordone) a nord, o verso la Toscana a sud; era punto di arrivo dell’Aurelia che attraversava la Liguria al passo del Bracco (Monte San Nicolao) e passaggio per chi voleva proseguire verso altre rotte terresti o marittime; era anche snodo delle vie interne secondarie ma importanti per ragioni di difesa e anche di maggiore sicurezza per i viandanti.
E fu quindi, a un tempo, baluardo difensivo e mercato, attestato già come tale nel diploma di Ottone 11 che nel 981 ne riconosceva la giurisdizione al Vescovo di Luni.
A Santo Stefano dovevano passare pellegrini, eserciti e merci: vi si
pagavano le gabeile e le scafe per guadare il Magra.
Scriveva il naturalista Targioni-Tozzetti, nella seconda metà del ‘700, che Santo Stefano era terra frequentata e mercantile, per i magazzini che vi si vedono (vol. VII).
Anche oggi la vocazione mercantile di Santo Stefano balza agli occhi, quando, uscendo dall’autostrada, ci si avvia verso il Centro Storico, tra pile di containers, capannoni, enormi palazzi e un continuo passaggio di camion e auto.
La stazione ferroviaria si presenta come quella dell’avamposto della bassa Lunigiana; è più grande e imponente di quella di Sarzana.
Ma il centro storico (qualche chilometro a nord dello svincolo autostradale, sulla statale n. 62 del Passo della Cisa) costruito su un promontorio non elevato, circondato dalle sue mura sotto cui passa la strada trafficata, è un incanto.
Il borgo aveva due porte, una verso Sarzana e una verso Caprigliola, dove si guadava il fiume e dove passava la via Francigena.
La via principale, via Mazzini, taglia in due il centro storico, salendo e scendendo dolcemente, come la struttura naturale del sito impone.
Di colpo il nostro presente fatto di rumori e fumi scompare: il lastricato e i muri emanano una umidità antica che pervade i piccoli negozi e le botteghe di stile arcaico, i quali resistono con le loro vetrine elegantemente addobbate all’assedio dei supermercati; c’è persino una merceria con un affascinante pavimento!
Sull’alto dei muri dei palazzi bianche maestà di marmo dei secoli XVII e XVIII proteggono il borgo; sono Vergini con il Bambino o devoti, icone della Misericordia.
C’è anche un’Annunciazione sul Palazzo Taddei, in cui l’Angelo e la Madonna appaiono poco più che bambini.
Le case, che si rivolgono con la facciata nobile sul percorso principale, sono case a corte, cioè con cortile interno, accessibile, in alcuni casi, direttamente dalla strada attraverso un archivolto.
Le case qui uniscono la più antica funzione agricola della corte indispensabile a una struttura famigliare autosufficiente a quella più moderna e mercantile dei negozi, come rivelano i portali in pietra che si aprono su via Mazzini.
Santo Stefano era una volta piena di orti, anche dentro le mura: gli Statuti del 1553 stabilivano che ciascuno faccia orto ... cioè piantare cauli, porri, agli, cipolle e di tutte quelle cose che sono nell’orto necessarie, (cap. LVI) e chi contravveniva alle disposizioni veniva multato.
Gli orti avevano pozzi o cisterne per l’annaffiatura: fuori del borgo, c’era una pubblica fontana e norme severissime ne proteggevano la purezza.
Ufficiali sovrastanti controllavano: nessun animale poteva passare per la strada della fontana.
Un grande pozzo si trovava nella Piazza del Castello: e quando alla sera si chiudevano le porte del Borgo al suono delle campane era un continuo andare e venire e chiacchierare intorno al pozzo.
A Santo Stefano e a Ponzano sorgono le più antiche fonti idriche e una volta la piana era ricca di pozzi e mulini a acqua.
Oggi è possibile trovarne ancora quattordici, a sezione circolare (con carrucola o bilanciere); sopravvivono i ruderi del Mulino della Vincinella, del XVII secolo, con macine e torchio per frangere le olive e, in località Scoglio Varano, l’Ara, complesso rurale settecentesco con pozzo e abitazioni.
I mulini avevano un sistema di gore per la costante acqua necessaria; e questo della canalizzazione delle acque (la gora cominciava alla Murella di Santo Stefano e portava l’acqua del Magra a Ponzano e Vezzano) è un percorso di arte nel suo significato di tecnica, che merita una speciale attenzione.

Arrivati quasi in fondo a via Mazzini, si slarga sulla destra la piazza della Chiesa, con la sua superba facciata barocca compressa tra le case, quasi in contrasto con il piccolo oratorio di San Leonardo bianco e spoglio, su cui spicca la piccola figura del Santo.
A San Leonardo era titolato l’Ospedale che svolgeva una intensa attività di ricovero dei pellegrini.
Rifacimento settecentesco dell’antica pieve di Santo Stefano de’ Cerreto, la chiesa a pianta centrale, si impone per il grande spazio circolare in cui sembra quasi entrare, fuoriuscendo dalla nicchia scavata nell’abside, un Santo Stefano in marmo bianco dello scultore carrarese Giovanni Antonio Cibei (1706-1784) di grandi proporzioni (circa m 2,50) tali da far apparire modesto il notevole altare policromo centrale.
Tra le tante preziosità della chiesa, una Annunciazione su ardesia del pittore Filippo Martelli (morto nel 1646) che è stata portata nel Museo Diocesano di Sarzana, l’altare con le reliquie di San Felice (patrono di Santo Stefano) coperte da un paliotto ligneo, e, nella sacrestia, un’ancona della Natività della seconda metà dalle secolo XV proveniente dalla vecchia chiesa.
È bene osservare i paliotti marmorei degli altari che appena traspaiono sotto ai pizzi perché contengono bassorilievi della Vergine in marmi bianco nero e giallo di squisita fattura.
Attenzione particolare merita la Cappella Taddei, la prima a sinistra: è la Cappella della Santa Croce voluta alla fine del 1400 da Tommaso Taddei, fondatore di una delle più importanti dinastie di Santo Stefano, barbitonsor, barbiere e cerusico, e poi proprietario terriero, creatore di una fortuna che lasciò agli eredi ma anche ai poveri e alle ragazze senza dote.
E alla cappella sotto forma di un reddito legato al diritto di cappellania per la sua famiglia.
Nel ‘700, quando la Chiesa venne ricostruita, la cappella fu riedificata con un altare a marmi policromi e lo stemma gentilizio (i Taddei erano diventati notai e quindi nobili) che è stato abraso durante il regime napoleonico.
Sopra all’Altare fu collocata la Crocifissione di uno scultore che ancora rimane senza nome ma che incanta con la figura del Cristo intorno al quale splende un grande sole mentre la Maddalena ai suoi piedi abbraccia, con i capelli che sembrano lingue di fuoco, la croce.
La Maddalena è nuda, appena coperta dai capelli e da un panno nella parte bassa del corpo.
Intorno all’asse centrale costituita dal Cristo e dalla Maddalena, dal fuoco divino e da quello umano, altre figure si muovono, quasi emergono dallo sfondo: in primo piano la Vergine svenuta, ricoperta di manti e panneggi, con il piede calzato in contrasto con quello nudo della Maddalena, l’altra Maria, San Giovanni, soldati ...
Prima di lasciare Santo Stefano, ricordiamo i suoi statuti, gloriosi, come tutti quelli dei paesi della Bassa Lunigiana, promulgati nel 1533 ma già esistenti da alcuni secoli, che prevedevano l’esistenza di un Parlamento cui dovevano partecipare tutti gli uomini di età superiore ai 25 anni.
Gli Agenti o Consiglieri erano la massima autorità che con il Podestà, nominato dalla Repubblica, governavano il Comune.
Il parlamento eleggeva le varie cariche, il Cancelliere, i Massari (o amministratori) della Chiesa e dell’ospedale di Santo Stefano, che era nel borgo e aveva sempre qualche letto per i pellegrini; gli Stimatori di pesi e misure e del valore di ogni avere e della buona esecuzione del pane in vendita che sia ben buratato e bianco de buon frumento e ben cotto et secondo il peso a lui dato; i Terminatori, per definire i confini, e i Rilevatori per misurare i terreni ed effettuare le relevaglie dei terreni dopo le inondazioni; i Sovrastanti alle vie e quelli delli orti e dei bastioni; i Confalonieri che portavano il gonfalone durante le litanie o rogazioni (quella maggiore era il 25 aprile, San Marco), in cui si benedicevano i campi e si pregava di essere liberati dalla fame dalla peste e dalla guerra, libera nos a fame a peste a bello, come negli antichi riti italici.
Le entrate erano costituite dagli appalti di mulini e torchi di piazza, dalle gabelle e del pagamento della scafa.
Si pagava la gabella sui generi alimentari, ma anche sul ferro e l’acciaio per le armi, per pesi qualunque fardello portato in spalla e per le bestie.
Commuovono le norme delle istituzioni caritative e dell’ospizio per i pellegrini, e soprattutto l’offerta gratuita di giudice medico e maestro alla popolazione acciocché ciascuno così il pover com ‘el mediocre possino spinger gli figliuoli loro all’immortali vertuti.
Sempre che ci fossero i denari necessari: allora carestie guerre e miseria erano in agguato.
Nella piazza del Castello, dove ora è la Biblioteca, è stata apposta una formella in ceramica in ricordo di Cesare Arzelà (1847-1912) insigne docente di matematica infinitesimale a Bologna e celebre, a Santo Stefano, per una lanciasassi i cui sassi erano scariche elettriche.
Circolano buffe storie su quella macchina ...
La formella è opera dello scultore arcolano Walter Tacchini ed è posta dal Laboratorio di Arte Contemporanea della Lunigiana, che è l’Ente curatore anche di questa guida.
Da "I percorsi d'arte più belli e più segreti della Val di Magra e della Terra di Luni"
di R. Ghelfi e C. Sanguineti - Edito da Agorà Edizioni e LAB Laboratorio d'Arte Contemporanea Lunigiana
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