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Dopo aver sconfitto gli Austriaci nella battaglia dell’Altipiano di Asiago nel giugno 1918, gli Alleati premevano sul Comando Supremo Italiano affinchè passasse all’offensiva.
Il generale Armando Diaz, subentrato al Cadorna, decise tuttavia diversamente.
Diaz e Badoglio resistettero alle pressioni provenienti dal mondo politico e giornalistico italiano, convinti che un’offensiva limitata in Italia non avrebbe procurato alcun vantaggio.
Il 15 settembre 1918 l’“Armèe d’Orient”, della quale faceva parte la XXXV divisione italiana, sfondò il fronte bulgaro in Macedonia e il cedimento del fronte bulgaro-tedesco nei Balcani.
Era l'occasione per di muovere all’offensiva e combattere la battaglia decisiva che stavano aspettando.
Il 26 settembre fu convocato ad Abano, sede del Comando Supremo, il generale Caviglia, comandante della VIII Armata, affinchè prendesse visione del piano che prevedeva per la sua armata l'attacco del nemico sul Piave.
Il piano prevedeva infatti di passare il Piave di fronte al Montello, avanzare nella piana della Sernaglia e puntare su Vittorio Veneto per tagliare la principale via di comunicazione fra le armate austro-ungariche operanti sui monti e quelle schierate lungo il Piave.
Il piano originario prevedeva che l’VIII Armata (gen. Caviglia), formata da 14 divisioni, attaccasse dal Montello alle Grave di Papadopoli, appoggiata a destra, dalla II Armata (Duca d’Aosta) e, a sinistra, dalla IV Armata (gen. Giardino) che sarebbero intervenute quando l’VIII Armata avesse sfondato il fronte austro-ungarico.
Il 10 ottobre, il Comando Supremo dispose, ai fianchi dell’VIII Armata, anche la X armata (Lord Cavan), costituita da due divisioni inglesi e due italiane e la XII armata (gen. Graziani) composta da una divisione francese e tre divisioni italiane.
La VIII, la X e la XII armata avrebbero dovuto passare il Piave contemporaneamente mentre la III Armata avrebbe passato il basso Piave in un secondo tempo.
Il trasferimenti di alcuni reparti e la preparazione dell'operazione richiedevano un certo tempo, per cui l’inizio dell’offensiva fu previsto per il 22 ottobre.
Tutto si svolse in gran segreto tanto che sia gli ambienti politici italiani che gli alleati continuavano a premere per l'apparente inattività.
Diaz e Badoglio non si lasciarono impressionare: volevano sferrare l'attacco quando la preparazione fosse completa. Purtroppo il Piave era in piena e le piogge persistenti fecero temere un ulteriore ingrossamento delle acque.
In tali condizioni le ancore non avevano presa e i ponti non potevano essere gettati.
Il Comando Supremo, non voleva tuttavia rinviare l’inizio della battaglia e modificò il piano predisposto e il 18 ottobre ordinò alla IV Armata (gen. Giardino) di attaccare sul Grappa.
Lo scopo dell'offensiva, contro uno schieramento superiore per numero, era quello di separare le truppe austriache del Trentino da quelle del Piave, raggiungendo il solco Primolano-Arten-Feltre.
Dopo un intenso fuoco di preparazione delle artiglierie, iniziato nella notte tra il 23 e il 24 ottobre, al mattino le fanterie sferrarono l’attacco alle postazioni dell’Asolone, del Pertica, del Valderoa, dello Spinoncia.
Ebbe così inizio una lotta cruenta, fatta di assalti e contrassalti, contro posizioni che già avevano rivelato nelle lotte del novembre-dicembre 1917 e del giugno 1918 la loro inespugnabilità.
Contemporaneamente una divisione italiana ed una inglese occuparono alcune isole delle Grave di Popadopoli, dove la corrente del Piave, per l’ampio letto del fiume, era meno rapida e ciò consentiva il posizionamento di alcuni ponti.
Le copiose piogge resero più veloce la corrente del Piave tanto da impedire la gittata di altri ponti.
Il 25 e il 26 ottobre i combattimenti sul Grappa divennero sempre più aspri; le alture passavano di mano in mano.
Tale sacrificio stava però dando i primi frutti: il Comando Supremo Austro-Ungarico dovette spostare sul monte le divisioni che teneva in riserva e che non sarebbero state disponibili per contrattaccare sul Piave.
Nella notte tra il 26 e il 27 ottobre i primi reparti delle Armate XII, VIII e X, riuscirono a passare il fiume.
A Pederobba passarono sulla sponda sinistra il 107° reggimento francese, i battaglioni alpini Bassano e Verona, il comando del 9° gruppo alpini, poi la corrente e il fuoco dell’artiglieria nemica distrussero le passerelle e il ponte in costruzione.
Nell’ansa del Piave, a nord del Montello (Fontana di Buoro), i pontieri riuscirono a gettare due ponti sui quali passarono la I divisione d’assalto (gen. Zoppi) e la brigata Cuneo; poi, anche qui, i ponti furono distrutti.
La piena impedì il gittamento dei ponti a Nervesa, per cui l’8° corpo d’armata dell’VIII Armata non riuscì a passare il fiume.
La X Armata, invece, riuscì ad attestarsi sulla riva sinistra con le truppe dei corpi d’armata 15° britannico e 9° italiano.
Nonostantre l'abnegazione dei pontieri, le truppe che avevano passato il Piave fra Pederobba e il Montello erano tuttavia isolate e non potevano ricevere rifornimenti, sebbene fossero contrattaccate violentemente dalle divisioni austro-ungariche.
Durissima fu la lotta nella piana di Sernaglia, dove i battaglioni d’assalto, i fanti delle brigate Cuneo, Messina, Pisa e Mantova, conquistarono i villaggi di Mosnigo, Moriago, Sernaglia, mantenendone poi il possesso contro i furiosi contrattacchi, sostenuti dal fuoco dell'artiglieria.
L’impedimento a passare il fiume per l’8° corpo era preoccupante; il generale Caviglia pensò allora di utilizzare i ponti usati dalla X Armata, alle Grave di Papadopoli, per far passare il suo 18° corpo d’armata, e, risalendo verso nord, lungo la sponda sinistra del Piave, aprire la strada all’VIII.
La manovra si svolse il 28 ottobre, quando la crisi da Pederobba a Nervesa raggiungeva il suo apice poiché le truppe che avevano oltrepassato il fiume continuavano ad essere isolate e mentre i combattimenti sul Grappa causavano gravi perdite senza produrre risultati.
Nel pomeriggio del 28 ottobre il tempo migliorò e sui monti cessò di piovere; il livello del fiume incominciò a decrescere e le prime truppe del 18° corpo di Caviglia, passarono sui ponti alle Grave, ed avanzarono verso nord.
I pontieri costruirono altri passaggi sicuri e il 29 ottobre tutti i corpi d’armata di prima linea poterono attraversare il Piave.
A nord del Montello le divisioni XXIII francese e LII alpina dilagarono oltre il fiume; gli alpini si impadronirono di Monte Barberie, mentre il I corpo italiano giungeva a Quero, nella valle del Piave.
Il mattino del 30 ottobre gli alpini conquistarono Monte Cesen, mentre il 21° corpo con gli arditi della I divisione d’assalto, truppe dell’8° corpo ciclisti e cavalleria giungevano a Vittorio Veneto.
La separazione delle armate austriache dei monti da quelle del piano era riuscita.
Da quel momento ebbe infatti inizio l’inseguimento che portò alla disfatta dell’Esercito Imperiale.
Nella giornata del 30 ottobre la III Armata passò il Piave battendo le difese nemiche e la IV Armata continuò la lotta ingaggiata col nemico.
Nella notte dal 30 al 31 ottobre le divisioni austro-ungariche che avevano difeso eroicamente il Grappa, minacciate di accerchiamento, cominciarono a indietreggiare, inseguite dai nostri alpini, fanti e bersaglieri, ai quali si unì un gruppo di squadroni di cavalleria che, oltrepassato il monte, puntò su Belluno, caricando le truppe nemiche in ritirata.
Era giunta l’ora tanto attesa dalla cavalleria. Le quattro divisioni di cavalleria e i reggimenti delle armate avanzarono rapidamente alla Livenza e poi al Tagliamento, oltrepassando le colonne nemiche in ritirata.
Il 31 ottobre entrò in azione anche la VI Armata sull’Altipiano di Asiago e nei giorni successivi la I Armata e la VII.
Tutto il fronte, dallo Stelvio al mare, era in movimento.
Il 3 novembre avanguardie italiane entrarono in Trento e in Udine, mentre bersaglieri e marinai sbarcavano a Trieste.
Alle ore 15 del 4 novembre, con l’armistizio, si conclusero le ostilità.
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