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Membro CLN locale – Deportato in campo di sterminio
[...] Isio Mattazzoni nacque a Fivizzano (MS) l’8 marzo del 1915, da Alberto e da Rosa Giuseppina Furletti.
La famiglia, dall’Alta Lunigiana, si trasferì a Sarzana nel 1918, quando Isio aveva appena tre anni.
I genitori, in città, avviarono un’attività commerciale: tabaccheria e generi alimentari, nella casa di via del Littorio (Viale Mazzini), vicina al ristorante Galletto, che già allora esisteva.
Divenuto un giovanotto, Isio fu chiamato alle armi per prestare il servizio militare di leva, e poté frequentare il corso di allievo ufficiale grazie al suo diploma di scuola superiore (era maestro di scuola elementare).
Scoppiato il 2° conflitto mondiale, fu inviato in Grecia, col grado di sottotenente, nel 5° reggimento
bersaglieri.
Nel settore centrale del fronte greco-albanese, in azione congiunta col 17° reggimento di fanteria, si distinse in vari scontri, contrattaccando il nemico.
Così il 29 novembre del 1941, con decreto N 6254 del Ministero della guerra, fu decorato di medaglia
di bronzo al valor militare.
In una lettera scrittagli, in un secondo tempo, dal suo comandante, si legge, intuendo tra le righe una
vena d’ironia,
“… meritavi la medaglia d’argento, ma, come si sa, ai valorosi viene dato sempre di meno”.
Rientrato in Patria, possedendo già il brevetto di pilota civile, rilasciatogli dalla scuola di pilotaggio “Luigi Ridolfi” di Forlì, entrò a far parte della scuola bombardieri, ufficio voli aeroporto n. 241, ottenendo i
gradi di tenente pilota.
Dal giugno 1941 al luglio 1943 svolse, contemporaneamente, l’attività di istruttore di scherma degli allievi e di pilota in voli di guerra.
Dopo l’8 settembre 1943, in seguito allo sbandamento delle forze armate italiane, come fece la maggior parte dei militari, Isio rientrò a casa, a Sarzana.
Immediatamente dopo, egli fu tra i primi ad entrare nel nascente movimento antifascista clandestino, al quale dedicò ogni sua energia, partecipando alle prime riunioni, tenutesi in zona, per costituire il CLN locale, del quale divenne membro come rappresentante della Democrazia Cristiana.
Con il nome di battaglia di "Monti", egli tessé una fitta rete di contatti con resistenti e popolazione, riuscì ad inviare oltre il fronte preziose informazioni e divenne parte attiva nella costituzione della brigata "Contri", poi "Lunense".
In contatto con Domenico Azzari, rischiando seri pericoli, riuscì a stabilire accordi con gli alleati, facendosi attivo promotore dei primi lanci alle formazioni partigiane della zona.
Questo suo modo pericoloso di vivere, lo costringeva continuamente a tutelarsi da eventuali sorprese, essendo già un “esperto di guerra” proprio per l’esperienza acquisita durante gli anni del militare.
Ciò nonostante, riceveva spesso nella propria casa i componenti del CLN, anche se, la sera, si allontanava dall’abitazione per recarsi a dormire in una villa fuori Carrara, dov’era ospitata la sua fidanzata Bianca.
La cognata ricorda che la suocera diceva sempre che Isio viveva con “la giacca a portata di mano, appesa allo schienale di una sedia”, per essere sempre pronto ad un’eventuale fuga.
Il 10 luglio del 1944, verso sera, la madre Rosa si trovava ancora dietro il bancone del suo negozio, quando vide entrare degli uomini in borghese (in realtà erano agenti della Gestapo e delle camicie nere), i quali le chiesero dove si trovasse Monti.
La povera donna, smarrita, spaventata e preoccupata, perché sapeva che il figlio era ancora in casa, capì, dalla sicurezza con cui le chiesero di Isio, chiamandolo col nome di battaglia, che, purtroppo, c’era stata una delazione nei suoi confronti.
Ma non fece nemmeno in tempo a rispondere qualcosa che gli agenti, dalla porta semiaperta che metteva in comunicazione il negozio con il salotto di casa, scorsero il giovane, già pronto con la giacca in mano, appunto, per partire in treno alla volta di Carrara, insieme alla sua fidanzata.
Poco prima, con lui, c’era un suo compagno che, fortunatamente, alla prima avvisaglia di pericolo, riuscì a fuggire dalla porta sul retro: anche se inseguito e, forse, ferito, egli raggiunse la casa di un colono situata alla fine del viale alberato, dove fu ospitato e tenuto nascosto in una botte.
Invece Isio fu preso e, da quel momento, iniziò il suo calvario.
Nello stesso giorno fu catturato anche Glauco Giannazzi che, con Mattazzoni, fu deportato a Mauthausen, dove anch’egli morì.
Con lui furono arrestate anche la madre e la fidanzata e, tutti e tre, dopo che gli agenti ebbero chiuso la porta di casa e gettato via la chiave, furono condotti nel carcere spezzino di Villa Andreini.
Per fortuna, in quel momento, né il padre Alberto né l’altro figlio Alduino erano presenti, altrimenti sarebbe stata arrestata tutta la famiglia.
Alduino si trovava, infatti, a Campiglia, sopra alla Spezia, in casa della fidanzata Leonide, così si salvò.
Quando Alberto rientrò a casa, trovò tutto chiuso e non poté entrare.
Allora chiese spiegazioni ai vicini, i quali gli raccontarono quanto era accaduto.
Il poverino, a quel punto, disperato ed affranto dal dolore, si recò nella casa del suo mezzadro a Santa Caterina, e lì rimase fino ai primi mesi del 1945.
Intanto, dopo alcuni giorni di carcere, la giovane Bianca fu liberata, mentre Isio e sua madre furono trattenuti, nella speranza che parlassero dei compagni del CLN o dei partigiani; ma ai due non sfuggì una sola parola.
Durante questo periodo, madre e figlio furono fatti incontrare per un colloquio.
La signora Leonide racconta, con le lacrime agli occhi, che, in seguito, la suocera Rosa le riferì quanto Isio, in quell’occasione, le disse: “Mamma, fatti coraggio, perché tu di figli ne hai un altro”.
Pareva che il giovane sapesse già quale sarebbe stata la sua sorte.
Intanto alla madre ed alle altre donne incarcerate con lei era giunta notizia, tramite il tam-tam del carcere, che i partigiani si preparavano a fare un blitz a Villa Andreini, al fine di liberare tutti i prigionieri.
Perciò, esse, ogni notte, attendevano speranzose, ma purtroppo non si verificò nulla.
Rosa rimase in carcere una quindicina di giorni; poi, rilasciata, rientrò a Sarzana, raggiungendo il marito a Santa Caterina; invece Isio cominciò la sequela dei trasferimenti da un carcere all’altro.
Dapprima fu trasferito a Genova-Marassi, poi a Milano-San Vittore ed a Bolzano, quindi nel campo di concentramento e di sterminio di Mauthausen.
I genitori vivevano nell’attesa di notizie dell’amato figliuolo e, per qualche tempo, da Genova e da Milano, ricevettero lettere di amiche di Isio che, in qualche modo, riuscivano a sapere di lui. Naturalmente tali lettere venivano indirizzate ad una coppia di anziani, vicini di casa, per non destare sospetti; questi, poi, consegnavano la posta ai Mattazzoni.
Isio stesso poté scrivere ai suoi qualche cartolina, che la nipote conserva gelosamente, insieme ad altra documentazione.
Purtroppo, però, dopo il trasferimento del giovane da Bolzano, la posta cessò ed i familiari non seppero più nulla di lui.
Isio Mattazzoni, internato nel campo di sterminio di Mauthausen, dopo aver subito le sofferenze più atroci, proprio nel momento della rivincita e della liberazione, morì il 26 aprile del 1945.
A casa i familiari, che non sapevano nulla di quanto accaduto, dopo la fine della guerra, attendevano con ansia il ritorno del congiunto.
Infatti molti reduci, con mezzi di fortuna o a piedi, stavano tornando, pochi alla volta, alle loro case.
Un giorno giunse a Rosa la notizia che nei pressi di Aulla era stato visto un giovane che, dalla descrizione, poteva essere Isio, ed ella, poveretta, andò subito nel pollaio e spennò l’unica gallinetta che aveva, per accogliere anche con un buon pranzo il figlio tanto atteso.
Ma, purtroppo, il giovane segnalato non era Isio e la delusione fu grande!
Passò ancora altro tempo e nulla si sapeva di Mattazzoni, tanto che il padre, ad un certo punto, fu costretto a far redigere un documento di morte presunta.
Solo molto più tardi la famiglia seppe dove e come morì Isio, e questo grazie alle lettere che alcuni compagni di prigionia sopravvissuti indirizzarono ai familiari.
Tra questi: un dottore di Roma ed un geometra, certo Lazzati, venuto a vivere nella riviera ligure, perchè il clima favoriva la guarigione delle sue tante malattie contratte in campo di concentramento.
Con essi il fratello Alduino rimase a lungo in contatto.
Un giorno, dopo tanti anni, il geometra Lazzati venne a pranzo a Sarzana, proprio da Galletto, e chiese della famiglia Mattazzoni, ma non ebbe il coraggio di incontrare nessuno di loro, per non dover raccontare quanto era capitato ad Isio.
Quando la madre venne a sapere quant’era successo al figlio, cadde in una profonda depressione, tanto che, anche in segno di stretto lutto, non volle più neppure ascoltare la sua piccola radio, che fece addirittura piombare.
Per fortuna, grazie alla sua profonda fede cristiana, condivisa anche da Isio, col tempo, riuscì a risollevarsi, anche se il suo cuore rimase sempre trafitto da un dolore ineguagliabile.
Per conoscere il carattere, il coraggio, la fede, lo spirito di abnegazione del nostro patriota, basta leggere le lettere, scritte su di lui alla famiglia, dai compagni di prigionia e dai suoi comandanti del periodo in cui egli era sotto le armi.
Qui si riporta solo uno stralcio di una lettera, scritta ai parenti di Isio, da uno dei suoi pochi compagni sopravvissuti:
“… Era uno dei migliori Italiani del campo (che io reputo il più infernale fra i parecchi che purtroppo ho dovuto conoscere) e la sua dipartita ci fu assai dolorosa. Pensando a lui, dobbiamo riconoscere essere proprio vero che i migliori ci hanno lasciati”.
Come fu detto nella commemorazione di Isio Mattazzoni, in occasione dell’intitolazione al suo nome della scuola materna statale sorta nel viale della Pace, “il suo ricordo sarà vivo, allegro, della gioia dei bambini e, quindi, più ricorrente”.
Da "Testimoni del tempo e della storia” di Isa Sivori Carabelli
con la collaborazione di Egidio Banti, Pino Meneghini, Igino Carabelli e Claudio Isoppo
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