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Arturo Emilio Bacinelli (1910 - 1944) Amministrazione Servizi al cittadino Turismo e cultura Manifestazioni Eventi  English version

Arturo Emilio BacinelliResponsabile delle SAP

Arturo Emilio Bacinelli (nome di battaglia "Lino”) nacque a Sarzana nel maggio del 1910. Fin da ragazzo apprese l’arte della falegnameria, nella quale, divenuto adulto, eccelleva. Poi fece domanda di assunzione come operaio specializzato presso l’arsenale militare della Spezia e, pur non avendo mai preso la tessera del fascio, fu ugualmente assunto proprio per le sue capacità.

Anzi, nel suo lavoro egli era ritenuto addirittura indispensabile. Lavorò in arsenale sino al 1943, quando, licenziatosi, venne a lavorare a Sarzana nell’officina Bertone.

Uomo impeccabile e dal portamento fiero, ricco di affetto per la famiglia e di ideali, entrò molto presto a far parte dell’organizzazione clandestina antifascista. Ma a Sarzana, chi lo conosceva, non pensava certo a Bacinelli come al capo delle Sap, le squadre di azione partigiana che operavano in città e questo servì a sviare da lui, per qualche tempo, i sospetti dei fascisti. Alla figlia, anche se ancora piccola, cercava di inculcare i suoi stessi principi democratici, insegnandole il valore dell’uguaglianza tra gli uomini e prospettandole un futuro migliore, senza dittature di alcun genere.

Alla piccola Viviana, appena decenne, raccontava anche particolari relativi alla sua missione, riponendo in lei la massima fiducia, che la bimba non tradì mai. Ella sapeva persino che il padre teneva nascosti, dentro la cappa del camino, molti documenti importanti ed anche armi, queste ultime da far pervenire ai “ragazzi che erano ai monti”.

La figlia lo ricorda onesto, coraggioso, capace di affrontare pericoli con grande sangue freddo, ed anche meticoloso, fino ad essere fiscale. Un giorno, ad esempio, papà Emilio aveva portato a casa un recipiente pieno di strutto, da mandare ai partigiani. La fame, allora, era imperante, e la vista di quel buon strutto faceva venir voglia di mangiarlo; ma guai a toccarlo! Quello doveva andare “ai monti”!
Nello sguardo di Viviana, quando ancora oggi parla del padre, c’è un commosso luccichio, mentre nel tono della voce si sentono vibrare orgoglio ed ammirazione, misti a tanto, tanto affetto.
Per Arturo Bacinelli la figlia era la più brava, la più bella … E per la figlia il padre era un idolo.

A volte ella si divertiva a disegnare con i gessetti case e fiori sul telo che chiudeva il “famoso camino” spento, ed egli, con orgoglio, diceva alla moglie: “Ma guarda che genio è nostra figlia!”.
Insomma, tra padre e figlia esisteva un rapporto unico. Per questo, ancora oggi, nel ricordare la morte del padre, alla quale, peraltro, da bimba assistette, Viviana prova un dolore che si può ben comprendere.

Ella ricorda che tra i vari compiti del babbo, vi era anche quello di reclutare giovani da inviare nelle formazioni partigiane. Poco tempo prima della sua uccisione, Bacinelli aveva ospitato in casa un giovane studente di Romito Magra, a cui era stato dato addirittura il letto della bambina per trascorrere la notte: il mattino seguente sarebbe stato poi avviato ai monti con altri giovani, senza sapere il nome di chi lo aveva ospitato. E così avvenne. Ma durante il percorso tra i boschi, i ragazzi furono intercettati e catturati dai fascisti. Torturati ed interrogati su chi li avesse reclutati, proprio il giovane che aveva ricevuto ospitalità in casa Bacinelli, per timore di essere ucciso, rivelò i particolari fisici di Arturo e del luogo in cui si trovava la sua casa.

Così, la sera stessa, avendo ben compreso di chi si trattava, i fascisti si recarono nell’abitazione di Bacinelli per catturarlo; ma, per fortuna, egli non c’era e la moglie dovette inventare scuse su scuse per giustificarne l’assenza.
Il giorno seguente, la donna, sapendosi seguita, fingendo di andare da una contadina a comprare dei cavoli, fece di tutto per far avvisare il marito dai suoi amici, e vi riuscì.
Così Arturo fu alloggiato in una casa insospettabile, in attesa di trasferirsi definitivamente ai monti.

Ma, prima di partire per la montagna, volle andare a salutare la vecchia madre, la moglie e la piccola, adorata Viviana. L’amico Anelito Barontini lo sconsigliò vivamente, ma Bacinelli insistette per fare una scappata a casa, anche per poter eliminare alcuni documenti compromettenti di cui era in possesso.
Inoltre si sentiva sicuro, perché la sua abitazione aveva due entrate, quindi pensava di fuggire da una o dall’altra, senza troppe difficoltà.
Durante il percorso incontrò il cognato, fratello della moglie, Libero Mambrini, che, a sua volta, gli raccomandò di non rientrare a casa, in quanto essa era ormai sorvegliata.
Ma Arturo non volle sentire ragioni.

Erano circa le sette di mattina del 18 marzo 1944, quando la figlia, già pronta per la scuola, e la moglie se lo videro comparire in cucina.
Piangenti, lo salutarono e la bimba gli si aggrappò ai pantaloni; poi entrambe lo scongiurarono di andarsene subito.
Ma egli le rassicurò.
Quindi, dopo aver detto al vicino, Bruno Segnani, di portare via quanto di compromettente c’era in casa, salutate le “sue donne”, scese le scale dalla parte di via Torrione Genovese.
Viviana corse alla finestra, come faceva sempre, per salutarlo ancora una volta, e così vide spuntare da dietro un angolo due fascisti con la pistola in mano.
La bimba cominciò ad urlare.
Bacinelli, che circolava sempre armato, scendendo le scale estrasse la pistola; ma era appena giunto sul portone che fu fatto segno di numerosi colpi d’arma da fuoco, uno dei quali colpì il carrello della sua pistola, impedendogli ogni ulteriore difesa.
Viviana e la madre Rina scesero le scale abbracciate e tremanti e, con grande disperazione, trovarono il loro congiunto ormai morto.

Viviana, commossa, dice che vedere il proprio padre ucciso davanti ai suoi occhi le suscitò, oltre che un grande dolore, una fortissima rabbia, quasi un odio profondo verso coloro che, in un attimo, le avevano tolto il suo bene più grande, e ribadisce che un fatto simile non si potrà mai scordare.

Dopo tale episodio, mamma e figlia sfollarono ai “Pilastri” di Fosdinovo, ma anche lì non furono lasciate in pace.
Infatti, spesso, i fascisti le controllavano per sapere se esse avevano dei contatti con gli “amici” di Arturo.
Una volta, addirittura, un numeroso gruppo di camicie nere entrò in casa e le portò entrambe a Sarzana.
Qui giunte, la bimba fu lasciata libera e si recò sotto alla passerella (Crociata) dalla nonna; invece Rina fu portata al comando fascista, situato nell’edificio oggi detto della “Laurina”, in piazza San Giorgio, dove fu trattenuta per alcuni giorni e sottoposta a continui, anche se vani interrogatori.
Poi, finalmente, la liberarono e così poté tornare a Fosdinovo con la figlia.
Entrambe rimasero lassù fino alla liberazione, sopravvivendo grazie agli aiuti dei compagni di lotta di Arturo.

In sua memoria, il 25 aprile 1974, fu istituita una gara ciclistica con l’assegnazione al vincitore del trofeo intitolato ad Arturo Emilio Bacinelli.

Testimonianza raccolta da Emma (Viviana) Bacinelli Sermi, figlia

 

Marmo a ricordoPaolino Ranieri conosceva Bacinelli perché frequentava il suo negozio di barbiere, ma non ne conosceva, all’inizio, le idee politiche.

Per questo cercava di capire, dai suoi discorsi, come la pensasse, poiché lo giudicava persona valida per l’organizzazione clandestina di cui egli faceva già parte.
E da certe sue frasi, finalmente, capì che poteva fidarsi di lui.

Nell’ottobre del 1943 Arturo Bacinelli chiese di avere un incontro con Paolino e con Anelito Barontini per entrare a far parte della Resistenza ormai in fase di avvio.
Fu così che venne nominato responsabile delle Sap di Sarzana.
Nello svolgimento del suo compito l’uomo dimostrò coraggio, intelligenza, sangue freddo, portando a compimento azioni rischiose e di estrema importanza.

Ad un certo momento salì ai monti, dove fu nominato comandante di distaccamento.
Ma, lassù, era spesso triste e preoccupato per la sua famiglia, ed in particolar modo per la figlia (Emma) Viviana; perciò decise di rientrare a Sarzana, dove riprese a dirigere le Sap.

Peraltro i partigiani avevano bisogno di lui, e lo stesso Barontini, rientrato alla Spezia dai “monti”, ritenne di dover richiamare Bacinelli che, per le prove già offerte nelle settimane precedenti, dava le migliori garanzie di saper condurre azioni e colpi di mano fulminei e davvero efficaci contro i nazifascisti.
Per meglio tutelarlo, fu trovato per lui un rifugio alla Spezia, da dove usciva, al momento opportuno, e, con altri ardimentosi, si spostava dov’era stato previsto l’intervento.

Inoltre era sempre in contatto con Goliardo Luciani ed Eugenio Bellegoni, ed i tre, grazie anche ad Isio Mattazzoni, riuscirono a mettersi in contatto con Domenico Azzari, un sergente radiotelegrafista nativo di Vigneta di Casola Lunigiana, il quale, fin dall’ottobre 1943, era stato paracadutato dagli anglo-americani sui monti della sua zona soprattutto per recuperare ex-prigionieri.
Egli, in seguito, aveva anche organizzato piccole bande armate, forniva informazioni militari agli alleati e, quando era il caso, richiedeva loro aviolanci per le prime formazioni partigiane.

E proprio questo, da lui, volevano Bacinelli, Bellegoni e Luciani; e lo ottennero! Ad un certo punto, però, l’attività clandestina del Bacinelli fu scoperta, ed i fascisti cominciarono a dargli la caccia, tanto che da Barontini gli fu fornito un rifugio fuori Sarzana.

Un malaugurato giorno, pur se consigliato dallo stesso Barontini di non rientrare a casa, perché essa era tenuta costantemente sotto controllo, Bacinelli volle comunque tornare almeno pochi minuti nella sua abitazione per salutare i familiari e, forse, per distruggere documenti.

E proprio in quella circostanza (come riportato sopra nella testimonianza della figlia) venne ucciso in via Torrione Genovese: era il 18 marzo 1944.

Testimonianze di Paolino Ranieri e di Paolo Ambrosini

 

Da "Testimoni del tempo e della storia” di Isa Sivori Carabelli
con la collaborazione di Egidio Banti, Pino Meneghini, Igino Carabelli e Claudio Isoppo


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Ultima modifica
22.03.2008
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